torchio

Non è facile descrivere un’opera a parole, ancor più quando si tratta di una propria opera. Sostituire l’intimo linguaggio delle linee, dei colori e dei materiali, con quello delle definizioni e delle frasi fatte potrebbe rivelarsi banale tentativo di spiegare l’atto creativo; così come raccontare le proprie emozioni potrebbe risultare artificioso,  petulante, ingannevole… Si rischia l’indelicatezza di chi si loda (e si sbroda) troppo o l’ipocrisia dei finti modesti. Forse è meglio lasciare il compito ad una voce esterna che mi spiega che penso e con più credibilità filtri la cosiddetta “ispirazione” e magari scopra elementi sconosciuti all’autore stesso. Ma anche no.
Ancor più difficile è descrivere un’incisione calcografica,  perché lo stato definitivo e finale patisce il fattore “temporale”, per cui l’incisore potrà vedere la conclusione del proprio lavoro solamente nel foglio di stampa.  Non essendo la matrice il risultato finale, l’incisione ha bisogno del passaggio successivo: la stampa tradotta nel foglio.
Il mio modo di procedere per realizzare un’incisione inizia da un’inquietudine che definirei  gastrica; un’ansia irritante che mi percorre lo stomaco e m’impone urgentemente di “fare”, di cercare immagini e di materializzarle.
La prima decisione è la scelta della tecnica da impiegare. Ne ho utilizzate anche due o tre assieme, l’acquaforte con la ceramolle o con l’acquatinta, il bulino con la puntasecca..., ma da qualche anno incido soprattutto alla maniera nera.
La ragione più importante dell’operare è per me riconoscere alla tecnica lo stimolo intimo del “fare” stesso; la tecnica quindi diventa un vocabolario o meglio una grammatica espressiva che trasmette all’incisione la scintilla creativa che accende la visione, da’ sostanza alla forma e crea movimenti di piani, intrecci di segni e vibrazioni di luci e ombre, operazioni tutte risultanti dall’uso emozionale di materiali e di strumenti.
La seconda fase è la definizione degli elementi simbolici che inserirò nella composizione, avendo cura del loro valore emozionale più che del valore descrittivo e che agevolino l’osservatore nel processo di decifrazione dei simboli stessi.
Non sarà importante “cosa” occuperà lo spazio, ma “come” si organizzerà e si trasmetterà il pensiero. La lentezza nell’esecuzione della matrice calcografica, preparata alla maniera nera, produce frequentemente accumulazioni e fusioni di motivi e immagini. Di solito inserisco nello spazio del “campo” tre elementi che ritengo fondamentali: l’elemento “uomo”, l’elemento “natura” e l’elemento “risultato della creatività dell’uomo”. Queste tre immagini/simbolo sono spesso intrecciate, talvolta sovrapposte, talaltra sottratte tra loro e saranno riconosciute, interpretate e interiorizzate dall’osservatore tramite la lente con cui le osserverà.
Mentre eseguo una maniera nera, ho l’ansia di un continuo controllo della tecnica, ma al tempo stesso non tollero che tutto sia dominato dalla perizia manuale, per questo lascio sempre alcuni elementi non definiti, oppure provoco qualche incertezza grafica, per non dare all’incisione quella sensazione stucchevole di ritagliato o peggio di affettato.
Segni e tracce incisi si organizzano creando forme ben riconoscibili e definite che, contaminando il campo della composizione, si ramificano in altre parcelle “strutture” con lo scopo di creare nuove immagini a loro volta tracce di simboli e di figurazioni. Nello spazio compositivo delimitato, gli elementi raffigurati ne regoleranno i pesi tonali e ne suggeriranno i possibili significati, per questo preparo la lastra in modo che macchie e vaghezze tonali ne percorrano casualmente la superficie; queste striature, non visibili in piano, emergeranno solo sotto l’azione del brunitoio e del raschietto, contrastando e vanificando la riproduzione troppo meticolosa del soggetto, dando così alla rappresentazione quel senso di non finito, che inviterà l’osservatore a rivivere in maniera personale il contenuto raffigurato.
E’ questa la mia “tecnica”; sono questi gli artifici che procurano in me emozioni creative. Non sempre, però, la forma s’accorda all’intenzion dell’arte, tuttavia tenacemente inseguo quest’obiettivo e mi diverto.

Ivo Mosele febbraio 2013

 

Hanno scritto del suo lavoro: Beatrice Andreose, Davide Banfo, Gino Barioli, Edoardo Bertizzolo, Sergio Bonato, Chiara Costa, Paola Davico, Elisabetta Doniselli, Maria Lucia Ferraguti, Manrico Ferrari, Patrizia Foglia, Dino Formaggio, Marco Fragonara, Manlio Gaddi, Massimo Gasparini, Chiara Gatti, Benvenuto Guerra, Antonella Iozzo, Mauro Mainardi, Nicola Micieli, Alda Miolo, Valeria Paniccia, Vincenzo Perna, Gian Paolo Resentera, Mario Rigoni Stern, Paolo Rovegno, Guido Savio, Gianfranco Schialvino, Marisa Scopello, Stefania Seccareccia,  Giorgio Segato, Giovanni Serafini, Alfredo Tisocco, Federica Vettori, Gabriella Villani, Carol Wax.

 

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